Per misurare ed esplorare tramite l'inchiesta operaia la dimensione "spaziale” dell"identità di classe dobbiamo usarla sia come "espressione” dell'interno della classe sia come sensore, indicatore del “territorio” inesplorato.La “parzialità” espressa dal veicolo “inchiesta operaia” è in realtà la sua forza, indicando con parzialità sia la visione di classe del soggetto lavoro rispetto al sistema di fabbricazione capitalista sia la limitatezza della 'coscienza di classe" rispetto alla straripante sussunzione da parte del capitale sia della forma consumo sia dell’immaginario simbolico.
Infatti, se è vero che, come precisa Marcuse, la classe operaia esprime 'oggettivamente’ un’estraniazione in quanto è usata come merce nella fabbricazione e per questo il lavoratore ha sul “non lavoratore” un vantaggio insuperabile in quanto “il fattore specifico della soppressione, il superamento della reificazione può essere soltanto opera sua” (Marcuse, 1975, pg. 101), è anche vero che la sussunzione dell’immaginario e del consumatore ha reso opaca e molto più sottile e problematica sia la forma del comando capitalista sia la dinamica e la geopolitica della lotta di classe.
Quindi attraverso l’inchiesta ci muoviamo anche in terreni nuovi ed inesplorati, dobbiamo attraversare la mappa attuale dell’alienazione della produzione, dei dispositivi di genesi dell’estraniazione sia della forza lavoro mercificata sia della “forza consumo” sussunta dal processo complessivo di gestione della “ri-produzione” dei produttori.
Dentro a questo analisi l’inchiesta operaia è anche una bussola per navigare nel territorio della soggettività, nella cartografia dei conflitti e dell’antagonismo di classe.
Nel leggere con l’inchiesta la ‘parzialità’ operaia affrontiamo sia un compito cognitivo, diciamo “sociologico”, di analisi del contesto operaio sia tocchiamo i “limiti”, la parzialità, i vuoti della dialettica teoria-prassi atta a derubricare “l’intreccio tra luogo della fabbrica e tempo del potere” (Tronti, 1980, pg. 115).
Con l’inchiesta operaia sottolineiamo, infatti, che non si può analizzare la mappa “della classe operaia a partire dal movimento del capitale” (Panzieri, 1976, pg. 90), ovvero”non è possibile risalire dal movimento del capitale automaticamente allo studio della classe operaia” (Panzieri, 1976, pg. 90).
Se è vero quindi che non si derubrica”meccanicamente” dal livello delle forze produttive e dalla configurazione dell’intensità del capitalismo simbolico la mappa e la forza dell’identità della coscienza di classe, è anche vero che la lettura di quel “automaticamente” rimanda a uno spazio polisemico di complessa interpretazione.
O meglio sta nell’ermeneutica di questo spazio, di questa dimensione della “parzialità”, la storia della soggettività della classe, o meglio di come si dipana il gioco fra una classe operaia “che operi come elemento conflittuale” o invece”come elemento antagonistico” (Panzieri, 1976, pg. 90).
Ed è in questo spazio che è insieme interpretazione e prassi che si esprime “una catena di spostamenti strategici” per cui “nel passaggio dalla cultura della crisi alla crisi capitalista il lavoro è diventata una categoria della politica” (Tronti, 1980, pg. 78).
E continuando con Tronti “siccome il lavoro è lavoro operaio e la politica è politica borghese, ecco un intreccio forte di fatti che può ricominciare a produrre” (Tronti, 1980, pg. 78), indicazioni e segni per una nuova sematica di quello spazio “concettuale”, di quel luogo della “non-automaticità” tra composizione del capitale e coscienza di classe.
Questo spazio è lo stesso luogo da intrecciare con l’inchiesta operaia che legge la doppia parzialità della classe operaia come lavoro alienato nella società capitalista e come “potenziale”soggetto conflittuale e/o antagonista.
Questo sdoppiarsi del lavoro come “merce” e del lavoro come soggetto apre uno spazio ‘attivo’ all’inchiesta sia come riflessione sulla struttura e sulla forma della forza-lavoro nel momento della sua sussunzione nel livello attuale del capitale sia come del ‘potenziale’ conflittuale e/o antagonistico che tale oggetto merce esprime nel diventare soggetto classe.
Nello scenario del ‘potenziale’ esiste anche la situazione della non trasformazione del oggetto in soggetto, o meglio di una storicizzazione di questa ‘trasformazione’.
Da sempre questo passaggio da lavoro alienato a soggetto sociale ha disegnato lo spazio del ‘potenziale’ ruolo del lavoro da merce a classe attraverso un processo storicamente incerto e strutturato dalla composizione di classe anteriore.
Iter complesso e travagliato attraverso il territorio e la configurazione delle forme, propriamente la geo-grafia dei dispositivi sociali in cui può dispiegarsi storicamente quel potenziale, che naturalmente dipende anche dallo sviluppo delle forze produttive e dalla cartografia della politica.
Infatti, “non può esserci adesso organizzazione reale delle lotte di classe che non tenga in corpo il livello materiale del politico” (Tronti, 1980, pg. 114), ovvero che non veda le interazioni tra lo spazio analitico dell’inchiesta operaia e il nuovo ruolo essenziale all’attuale movimento del capitalismo dell’esercito salariale di riserva del mercato del lavoro cinese da un lato e le forme del comando politico ‘planetario’ che si sono espresse finora nei valori e nei metodi del liberismo codificato dal “Washington consensus” (Amato, 2005, pg. 34) dall’altro versante.
Il percorso dell’inchiesta operaia pertanto disvela il ‘micro’ della geo-grafia operaia ma collocando i risultati dell’inchiesta e l’inchiesta stessa nel ‘macro’ del contesto mondiale, assolvendo così ad un attraversamento di quel territorio dove si dispiega il percorso della ‘potenziale identità di classe’, dove “i conflitti si possono trasformare in antagonismi e quindi non essere più funzionali al sistema” (Panzieri, 1976, pg. 93).
Pertanto l’inchiesta operaia svela già dal titolo la sua doppiezza ipotizzando un indagine empirica sulla forma del lavoro ma assumendo già con l’aggettivo “operaia”, l’ipotesi di un interlocutore soggettivamente determinato come attore sociale, ma intimamente lacerato tra essere “oggetto” di indagine, merce per il mercato e soggetto “interloquente” e “potenzialmente” antagonista.
Più semplicemente con lo svolgere l’inchiesta proseguiamo un iter, un percorso rivolto verso i due lati del “soggetto”, verso lo spazio fabbrica dove si condensa la dialettica merce/soggetto e verso il territorio del dispositivo del comando, della politica, dove si articola la dinamica classe/potere.
In questa lettura l’inchiesta operaia si dilata e si sdoppia nella decifrazione dei vincoli della globalità nel micro della fabbrica e nella valutazione della geografia del comando capitalistico nel macro della “ri-produzione” delle condizioni sociali del capitalismo.
Tempo del lavoro e tempo libero non sono solo pertanto due chiavi di indagine per leggere la relazione con il “vissuto” temporale, ma esprimono ribaltato il nuovo livello di potere della valorizzazione capitalista che impone sia un processo verticale di filiera-mondo per la fabbricazione, sia un dispositivo orizzontale rivolto alla riproduzione del “tempo libero”.
In tale fase quindi il cosiddetto “tempo libero” in realtà è modellato, sussunto dal capitale nella sua nuova funzione di fabbrica dell’immaginario infatti “per la prima volta nella storia dell’umanità si determina l’industrializzazione del linguaggio e il tentativo di violentare, completamente l’immaginario simbolico, sussumendo tra Microsoft e Walt Disney il cervello collettivo” (Marchisio, De Pieri, 2003, pg. 167).
Attraversando con l’inchiesta la “merce” che si fa “soggetto” affrontiamo dunque anche le nuove modalità dell’agire politico, ovvero “la necessità del capitale di plasmare direttamente il comando su lingua, consumo, cibo, corpo fisico-sociale” (Marchisio, De Pieri, 2003, pg. 161) generando i nuovi simboli e le nuove forme del comando allargato su tutto il ciclo della vita dei produttori e dei “consumatori”.
Percorso faticoso e travagliato da parte del capitale perché affronta terreni sinora presidiati da agenzie tradizionali come le Chiese e la famiglia mentre la modernizzazione e laicizzazione del “tempo libero” prevedono una standardizzazione e omegenizzazione dei comportamenti che solo la “macchina mediatica” può produrre ed in questa operazione di “digitalizzazione” del tempo di consumo all’interno del simbolismo pubblicitario si generano nuove forme di occupazione che nascono da queste torsioni della dinamica capitalistica.
In Italia ad esempio abbiamo più di 250.000 lavoratori dei Call Center che rappresentano questa fluidificazione e velocizzazione del tempo di consumo e di accesso ai servizi, o meglio di astrazione e svuotamento del tempo, per cui la torsione del capitale nel suo sussumere tutto il tempo di vita come tempo di consumo usa il mezzo telefonico insieme come riempimento di tutti i pori del tempo fisico e svuotamento dei rapporti sociali, tipica operazione di controllo sociale e di alienazione del temo di vita e per fare questo genera lavoro salariato sottopagato e non garantito.
La forma lavorativa del call center rappresenta la più avanzata forma di sfruttamento perché “entrare in un call center significa perdere la cittadinanza, i diritti acquisiti in tante battaglie civili” (Celestini, La Repubblica, 2006, pg. 15) e addirittura essendo precari e in molti casi non potendo avere rappresentanza sindacale, questo produce una situazione che Ascanio Celestini nel suo ultimo lavoro teatrale “Appunti per un film sulla lotta di classe” ritiene sia molto simile “alle istituzioni totalizzanti” (Celestini, La Repubblica, 2006, pg. 15) e quindi riporta nella fabbricazione il “vizio”della sussunzione.
Visto poi che i call center e la loro delocalizzazione a livello mondiale si diffondono soprattutto in India troviamo come macchina del comando capitalista in questo paese una “innaturale” e simbiotica alleanza fra digitale e feudale.
Tale alleanza fra digitale e feudale è benedetta e utilissima al capitalismo indiano come sintesi del comando in fabbrica e nella società, per cui non stupisce che la Mandal Commission che avrebbe dovuto dal lontano 1978 imporre un riconoscimento agli “intoccabili”, ai Dalit nell’accesso all’istruzione e nei posti pubblici è costantemente non applicata e osteggiata e criticata in quanto la fase più avanzata dello sfruttamento capitalista si coniuga alla rigida macchina del controllo sociale attraverso le caste.
In questo caso una vecchi agenzia religiosa serve con sinuosità le esigenze di sviluppo ed insieme di tenuta sociale del corpo collettivo, per questo il procedere dei dipositivi politici del comando non è lineare ma si declina di volta in volta con la velocità del “fabbricare” e con la coesione del sistema di governo del contesto sociale.
Comando diretto dunque come espressione mondiale del tool digitale ma attenta declinazione locale della geo-grafia degli equilibri di potere da parte della borghesia per estrarre tutto il plusvalore ma evitando fratture violente se possibile con le “agenzie” precedenti operanti sul “tempo libero”.
Questo obbliga l’inchiesta operaia ad esplorare questi nuovi territori sociali generati dalla complessità dei linguaggi dei diversi attori, chiese, tradizioni, operanti sul tempo libero o sul modello di comportamento che tramite l’immigrazione influiscono sul nostro tessuto identitario, non annullando la conflittualità dicotomica fra capitale e lavoro ma sicuramente frammentando la geografia sociale.
È evidente dunque come l’inchiesta operaia trovi nel micro processi la cui origine attiene alla rimodellazione da parte del capitale sia della divisione fra fabbrica e società sia della rimodellazione del comando sul ciclo della valorizzazione a livello mondiale, proprio per questo leggiamo ed esploriamo la nostra “parzialità” come bussola e paradigma della identità di classe.
Con l’inchiesta operaia apriamo dunque la riflessione ed il fronte critico sull’interazione fra micro e macro e sulla costituzione “materiale” e “politica” del soggetto classe operaia come attore “potenzialmente” antagonista.
Meglio leggendo la dimensione di uno spaccato di un segmento della classe operaia dal punto di vista “morfologico” e analitico troviamo lo spazio per leggere i limiti e le debolezze del percorso costitutivo della “identità” di classe.
Infatti, attraverso l’inchiesta operaia possiamo intrecciare la mappa del “disperso partito marxista” (Merli,1977, pg. 64) dentro al processo di valorizzazione come puzzle del “grado di antagonismo e di coscienza di classe da parte della classe operaia” (Panzieri, 1976, pg. 93) ovvero di come “potenzialmente”in alcuni momenti storici, dice Gramsci, “le classi strumentali possono diventare classi dirigenti” (Spriano, 1964, pg. 72), e possano altrettanto dimenticare e sparire come classi.
Ma non c’è linearità e sviluppo progressivo nella coscienza di classe ma discontinuità e circolarità, per cui il bene più prezioso la “memoria” diventa la fragile e analogica icona continuamente rivitalizzata dal conflitto con il capitale che alimenta l’identità.
Questo luogo, spaziale e temporale, che abita il lavoro, insieme “oggetto” reificato e “potenziale soggetto” come classe possiamo definirlo come “un’uguaglianza che non blocca la variabilità e che invece assume entro di sé la differenza” (Rambaldi, 1979, pg. 1135) e per questo, forse, possiamo esplorare questa dimensione complessa e articolata partendo dalla “potenziale”, possibile critica pratica del dispositivo di comando del capitale in questa fase più pervasivo e diffuso, il dispositivo digitale, il codice binario.
Se quindi il lavoro come oggetto/soggetto esprime un’uguaglianza che non limita la variabilità, è pertanto attraverso l’analogico “come specie di media geometrica fra l’equivocità e l’univocità” (Melandri, 2004, pg. 17) che possiamo rifrequentare una “teoria pratica” (Marcuse, 1975, pg. 104) che partendo dall’archetipo immaginario” della storia del cinema-Sortie des Usines, appunto” (Livraghi, 2006, pg. 33) possa realizzare l’inchiesta operaia sia attraverso il lavoro reificato che dentro al feticcio virtualmente simbolico, agendo come attore parziale dentro all’attuale società dove “le condizioni moderne della produzione si presentano come un’immensa accumulazione di spettacoli” (Debord, 1997, pg. 3).
Ovvero sempre “parziale”, ma finalmente “attore”.
Oscar Marchisio